Le otto di sera

Quest’ora serale, questo momento del giorno che per la nostra famiglia dagli usi poco settentrionali era l’ora in cui si preparava la cena, si apparecchiava la tavola, ora è il momento che mi stritola tra i bordi di una pinza fatti di ricordo e di bisogno.

Questa è l’ora in cui solitamente le nevrosi del giorno si acquietano, i “mestieri” sono esauriti; è il momento in cui si tira un sospiro di sollievo per la fine della giornata e si gode di un piccolo morso di tranquillità. Una parentesi tonda in cui ci sono le cose da fare per prime. Una telefonata.

Non che lo facessi in maniera esageratamente assidua, ma lo facevo quando serviva a te e a me. E a cosa ci serviva? A sentirci così, semplicemente o magari per ricorrere a delle piccole necessità materiali che creavano lo spunto per venirti a trovare, per chiederti un consiglio o ascoltare le tue cronache sapide sui vicini, sugli accadimenti raccontati dal telegiornale, sulla vita.

Quest’ora arriva tutti i giorni e lo fa senza rispetto e senza chiedere permesso, con l’implacabilità dell’ingranaggio che non si ferma mai e non si cura dei sentimenti; tutti i giorni a quest’ora ho la controprova che quella telefonata non potrò più farla: non risponderesti.

Allora devo ricorrere ad altre forme di comunicazione: al ricordo di ciò che è stato e all’immaginare il tuo nuovo compito di custode e di guida per tutti noi che siamo rimasti senza di te.

A quest’ora vorrei ancora chiamarti per la buonanotte o per chiederti una ricetta e a volte lo guardo veramente il telefono e vorrei prenderlo e comporre il tuo numero.

Lo so, avrei la risposta di una voce fredda e dura come il destino: “L’utente desiderato non è raggiungibile”.

Non più.

Cancella la cronologia!

E infatti secondo me Mosè l’ha fatto, ha cancellato la cronologia altrimenti, come ben spiegato dal prof. Mel Brooks nel suo saggio “Non ce lo vogliono far sapere“, avremmo saputo che i Comandamenti erano 15 come da prova fotografica,

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ma una delle tavole cadde e si ruppe irrimediabilmente.
Il profeta mise subito in atto il comandamento “Cancella la cronologia” che si trovava sulla tavola distrutta e così i comandamenti rimasero 10, scolpiti sulle due tavole di pietra rimanenti.

Naturalmente ho un po’ saccheggiato lo splendido film La pazza storia del mondo di Mel Brooks, ma la cosa di cancellare la cronologia (del computer naturalmente, per la mente dell’uomo si dice Far-finta-di-non-ricordare) dovrebbe veramente essere un comandamento, un dogma, un must.
Lo so che dopo le incursioni su youporn siamo tutti attenti a pigiare il tastino cancella cronologia come seconda cosa (la prima è lavarsi le mani, bravi), ma il nostro dogma non serve solo a quello.
È sbagliato pensare che sia un semplice smacchiatore per amor proprio e tastiere.
Molte e varie cose si scoprono nel visitare queste grotte ripiene di oro e preziosi che sono le cronologie!

Ad esempio razzolando nella cronologia di una pagina Facebook ho fatto una scoperta. Vi racconto.
Siamo in fase di passaggio dalla tecnologia di trasmissioni dati su reti cellulari da 4G a 5G.
Parte della popolazione è preoccupata da questa novità e invece di consultare studi seri sull’influenza di questo tipo di onde elettromagnetiche sul fisico, crede alle idee astruse che attestano che il 5G è stato inventato per diffondere virus/per attivare biomecole che ci vengono iniettate con i vaccini/per assumere il controllo della popolazione e renderci automi. E mille altre inimitabili coglionerie.
Certo che se chiedi a fratello google o meglio, al box di ricerca di Fb di farti una ricerca su 5G con una stringa poco raffinata (i fantastici operatori booleani e dove trovarli), tra i primi risultati è facile trovare la pagina “No al 5G – REFERENDUM” con i dovuti grassetto e maiuscolo.
Orbene maiuscolo, grassetto e punti esclamativi sommati ad una vaga richiesta di referendum, assumono un irresistibile aspetto barricadero ed è un attimo sentirsi el “Che” alla cacio e pepe.

La pagina citata esiste veramente; è stata creata in data 10 aprile 2020 e in soli 10 giorni ha raggruppato più di 43 mila iscritti. Si, non basta un like ma devi fare richiesta di iscrizione tramite apposito pulsante, quindi è manifesta la volontarietà di far parte del gruppo.
Nota: 43k iscritti sono un gran numero e radunarli in pochi giorni è un risultato strabiliante.

E qui torniamo al titolo di oggi: cancellare la cronologia.
Perché se non puoi cancellarla e trovi uno che si impiccia, magari si scopre che all”undicesimo giorno di esistenza la pagina ha cambiato nome, focus e ragion d’essere in … “Rivoluzione armata contro le antenne” direte voi, adorabili ingenui!
No, il nuovo nome è… no, non ce la faccio guardatevi da soli lo screenshot qui sotto

Screenshot_20200422-083702_Facebook

Però un attimo, fatemi riflettere: dicono che il 5G sia stato adottato per rincretinire la gente….
Perché ho la sensazione che in un certo senso sia vero?

Siamo nel 1348, quasi duemilaventi

Sono passati quasi 700 anni da quando è stato ideato e scritto il Decamerone e sono passati molti anni anche da quando lo studiavamo a scuola, ma la coincidenza me la ricordo: anche i ragazzi che si ritirano per sfuggire alla peste lo fanno per 14 giorni; tranquilli, non ho affatto intenzione di scrivere cento novelle per trascorrere questo periodo di quarantena, mi basta però mettere giù dei pensieri del momento su questa pagina.

Quello che mi sembra nuovo, forse bello, sicuramente straniante, è come questo periodo speciale sia riuscito a cambiare in un attimo il nostro modo di vivere e di essere.
Spesso borbottiamo di una voglia di cambiamento o blateriamo di insoddisfazioni; “di più e di meglio” è la stella polare che ci guida perché quel più e quel meglio ci spettano, sono già nostri per diritto. Come se lo avessimo meritato o guadagnato.
Poi, come si dice, passa l’angelo e quel cambiamento che desideriamo arriva.
Non proprio come lo immaginavamo, però.
E non ha nemmeno il garbo di farti abituare alla novità; è una rasoiata: un attimo prima è tutto liscio ed uniforme e un istante dopo vedi i bordi netti dello squarcio, i lembi della ferita che sembrano non riavvicinarsi più ed inoltre fatichi a capire cosa ti ha travolto e come e quanto.
Una vita fatta di mattoncini lego di sicurezza, imbottita di gratificazioni e stratificata di certezze, ad un certo punto vacilla e nei casi peggiori crolla.
Il domani è ancora li, certo, ma la sola cosa che riusciamo a fare è bere alla fontana dell’oggi e respirare l’ossigeno rarefatto dell’adesso. E senza preoccuparci se ce n’è per tutti.
Ora il “Più” è diventato avere un piccolo affaccio sul mondo ed il “Meglio”, al quale tutti aspiriamo, è cambiato in desiderio di poter passeggiare per una via, salutare, sorridere, abbracciare.
Stiamo passando dal trascurare l’oggi per bramare il domani al vivere l’attimo per imparare a vivere il futuro.
Siamo in uno di quei momenti in cui si dice che dopo nulla sarà come prima, la speranza è che si riesca a tirare fuori il meglio di noi.
Anche perché il “peggio” è sempre li in agguato.

La metto giù semplice, diretta:  voglio smettere di leggere.

Facile, semplice, efficace. Oh, guardate che non è questione di pigrizia, ma proprio per niente! No, è una scelta ben precisa. Che poi a me la lettura piace molto; mi piace squinternare i libri che fedelmente mi attendono sul comodino, trovo stimolo nel leggere i quotidiani, ho un dubbio? Cerco, scartabello e leggo. Sfogliare il vocabolario, quando a scuola mi obbligavano a farlo, mi sembrava fastidioso, faticoso, futile, ma scoprii l’allitterazione; scoprii che era bello sapere, oltre che utile.

Ora ho deciso: basta leggere. Lo consigliava anche Duccio, personaggio della serie televisiva Boris, a Biascica: il sistema per risolvere problemi esistenziali è smettere di leggere… “Non leggo più libri, giornali, riviste… un cartello di pubblicità nella strada… non lo leggo. Non leggo più una mazza e sto benissimo”

Ah l’,avessi fatto prima! Ecco, non avrei letto (ed ascoltato) il resoconto della seduta di ieri del Senato. Non avrei saputo cosa è riuscito a dire un senatore della Repubblica (che può fregiarsi del titolo di onorevole!) che per perorare una sua posizione riguardo il disegno di legge sulle unioni civili, non ha esitato un attimo ad attaccare con la bava alla bocca un altro senatore che con il suo compagno ed utilizzando la pratica della maternità surrogata all’estero, ha avuto un figlio. Di tutti gli argomenti che poteva usare, il povero Gasparri ha puntato su un fatto: voleva sapere quanto Lo Giudice (il senatore in questione) avesse pagato per comprare il figlio.

Si, ha usato proprio queste parole cercando di rendere il figlio di quella coppia un oggetto sottoposto a compravendita, offendendo delle persone che si amano e che amano il figlio che hanno. Un bambino e niente di più, ma che può venir buono come clava per motivi di parte e di partito. E Gasparri si dichiara tutore della famiglia e dei bambini.

Però alla fine lo capisco. Naturalmente non lo condivido, ma lo capisco. Forse è una persona che in questo humus si è sviluppato ed acculturato; forse è una persona che ha questo come parametro direttore, la compravendita. Forse è solo questo il linguaggio capace di capire: comprare, avere, possedere qualsiasi cosa dal sesso al consenso e più non dico.

Non vado oltre perchè, per formazione e convinzione, non è nel mio stile prendermela con persone che hanno difficoltà e carenze. E lui ne ha.

Quindi vi prego, non leggete. Soprattutto se possedete una mazza da baseball.

Ma tanto lo fa con Photoshop!

Toc toc…

– Avanti…  Buongiorno dottor Pinco Pallo, si accomodi.

– Buongiorno. Senta, io avrei bisogno di una cortesia: guardi questo file immagine…. potrebbe farmi qualche modifica?

– Dipende da cosa vuole fare…

– Ecco, solo una cosina……

Io la carico un po’, ma a questo punto la cosa è andata avanti pressappoco così:

Dovrebbe: 

portare avanti il ministro Imprestazzi Volpi Mambrini;

portare un po’ indietro me, sa, non sta bene che io sia più avanti…

schiarire

scurire

togliere quella li accanto

sostituirla con la contessa Mabboffo Cantarini Pulci

tritare finemente, impastare con la forza di venti braccia, cuocere a vapore come fa Banderas.

………….

………….

– Ehm…. dottore….. non sono in possesso di un’immagine della contessa Mabboffo etc etc…

– Ma scusi, ma lei non ha Photoshop? E allora cosa ci vuole!

 

Dov’è il comando “deflagra questo imbecille” su Photoshop CS 6?

 

Grande picnic al parco degli acquedotti, diceva l’invito….

– Ma dove vuoi andare! Nemmeno li conosciamo, non sappiamo chi sono, che fanno, chi sono…
– Chi sono l’hai già detto!
– Si, ma è rafforzativo. E poi in un parco pubblico! Cosa ne è stato delle buone maniere, delle presentazioni…
– Si, mi sa che hai ragione. E poi c’è gente che usa pseudonimi come nelle sette. Facciamo bene ad evitare, ad evitarli.
– Brava, non andiamo, restiamo!
……………………….
Ecco: questo è un dialogo che non è mai avvenuto.
Mai pensato, mai venuto in mente nè a me nè a Stesa.
Mai.
Ad un invito come “quello”, nemmeno si risponde: si è già lì!
Un invito ad un pique-nique (attendevo di scriverlo proprio così, alla francese, dall’89) veicolato con i media – mezzi di facebook, quasi fosse un rave party.
Adesione spontanea ed immediata come solo i Pilli sanno fare; disorganizzazione partecipativa come solo i Pilli sanno fare; torta della nonna come solo i… vabbe’ lo sapete.
Il parco che fa da scenario per l’incontro è quello degli Acquedotti, meglio conosciuto come “San Policarpo” per riferimenti geo – confessionali.
Com’è, come non è, siamo sul luogo; incontri e baci con Cate che ci porta séco fin sotto l’albero che già ospita all’ombra la tribù di svariati Avenali e numerosi amici. Ancora strette di mano e saluti e “Ma allora sei tu!” Ma l’unico riconoscimento che davvero funziona è quello di tipo animale: ci siamo annusati e ci siamo piaciuti!
E non solo con gli anfitrioni organizzatori AveCate e AveBro, ma con tutti gli altri, sconosciuti che sento di conoscere se non “da sempre”, da un bel po’.
Persone che vedi per la prima volta e quasi inizi il discorso con un “Allora, stavamo dicendo?” che ricuce le separazioni non volute di spazi e tempi.
Condivisione di chiacchiere, sorrisi, cibi e bevande, pensieri. Abbiamo condiviso l’ombra ed il sole. E un 2 a 0 della Roma!

21 marzo, primavera

Era un professorone, credo lo sia ancora.

Già il nome – Elvidio – antico ed inusuale,  un po’ disorientava, agevolava il percorso verso la soggezione causata dal doppio cognome nel quale la metrica sembrava studiata da un poeta greco. Suono liquido, musicale ed aristocratico in quei cognomi.

L’edificio dell’istituto affaccia ora come allora sulla piazza della Sapienza, la chiudeva su un lato corto come le corde di un ring del sapere.  Costruzione massiccia, per niente snella, profusione di marmi e scritte a vernice spray.  I gradoni della facoltà hanno visto passare generazioni studenti e  hanno consumato notevoli spessori di jeans.

L’aula grande al primo piano, proprio vicino alle scale e poi il corridoio che girava tutto intorno seguendo la pianta dell’edificio; lungo il corridoio si snocciolavano le stanze dei professori. Passando davanti ad alcune di queste stanze, al solo leggere la targhetta con il nome, veniva da camminare in punta di piedi sperando che, in caso di incontro con il “luminare”, la nostra persona sublimasse direttamente allo stato gassoso.

Avevo di li a poco un esame  con il prof. dal nome antico che dicevo prima ed avevo eletto domicilio nella sala lettura della biblioteca dedicandomi con notevole impegno sia allo studio che alla gestione degli ormoni di gioventù nei rapporti con l’altro sesso.

Il giorno dell’esame arrivò. La luce del sole filtrava dalla finestra che avevo di fronte, rimbalzava sulla lavagna che avevo di fronte ed illuminava  di fuoco il volto del professore che avevo di fronte. Nella realtà non era proprio così, ma la sensazione di avere tutto davanti a me in una sorta di cubismo della paura era nettissima.

L’interrogatorio inizia. Schermaglie di fioretto all’inizio, poi il prof. brandisce l’arma pesante: “Mi parli della precessione degli equinozi”. Obi Wan Kenobi mi strizza l’occhio da lontano e leggo il suo labiale: “Daje!” E allora schiccolo grani di sapere, cito, esemplifico, considero, traccio grafici, argomento. Parto da Ipparco,  arrivo ai gradi di inclinazione dell’asse terrestre; sembra che conto sulle dita il periodo di 25800 anni in cui ruota l’asse.

Sono soddisfatto. Se fumassi, mi accenderei una sigaretta e gli chiederei  se gli è piaciuto. Ci prova con qualche altra domanda alla quale rispondo mentre raccolgo gli appunti e togliendo un immaginario capello dalla maglia.

Oggi a cent’anni di distanza, anche se so perfettamente che la data reale dell’equinozio di primavera varia con i moti celesti, mi piace tornare alla nozione infantile e confortante che comunque la primavera entra oggi, il 21 marzo.

La vita è tutta un film

Piove. E questo non aiuta.

Anzi: complica e peggiora le cose e la loro percezione. Ma le cose facili non piacciono a nessuno e allora ci aggiungiamo la notte di poco sonno e quel poco agitato. Cielo buio, ombrello che rende impacciati i movimenti e slalom tra le pozzanghere che non sempre riesce bene. Roma è così. Imbocco le scale per scendere a comprare i biglietti allo sportello della metro. Faccio un atto di fede e saluto l’addetta: “Buongiorno”, così, modello base, senza optional. Certo, è un buongiorno non partecipato da un sorriso o da qualche semplice convenevole, avrei potuto far meglio, ma si vede che la bassa pressione atmosferica ha riflessi anche sulla simpatia. La risposta che leggo nella prossemica della signorina è chiara: lei ha la zona intima, poi la zona personale, quella sociale e, sempre più distante da lei, la zona pubblica. Non so bene chi abbia teorizzato queste distanze all’interno della comunicazione non verbale, ma di sicuro ne ha tralasciata una, proprio quella in cui mi colloca la signorina dietro al vetro del botteghino: la zona “Checazzovuoi”.

Ho il biglietto, secondo me avrei dovuto pagarlo meno, sconto maleducazione. Non la mia. Arriva l’autobus e spero che l’autista abbia avuto risveglio lieto ed infanzia felice.

Apre le porte. Cedo il passo ad un ragazzo; non è gentilezza ma impenetrabilità dei corpi, è che lui deve scendere con la sua azienda di ombrelli a poco prezzo. Cedo il passo anche ad una signora che è senza ombrello e salgo a mia volta. Ecco il momento che vale il viaggio: come l’ultimo cavallo del Palio di Siena, entra “di rincorsa” un signore; spinge ed urta chiunque, novello Jack conquista l’ultimo galleggiante, e vaffanculo anche Rose e tutto il Titanic.

Il risveglio o l’infanzia dell’autista non devono essere andati secondo i migliori auspici. Parte dalla fermata ricordandosi di quando gli amici del bar “Niki Lauda mi cambia l’olio” lo chiamavano Piede-de-piombo per quella tendenza a dare gas in maniera smodata. Parte a razzo, come se fosse l’ultima navicella spaziale di salvataggio ad abbandonare la Morte Nera in procinto di esplodere, e vaffanculo Darth Fenner e a tutto Guerre stellari.

Lascio l’autobus e i suoi abitanti. Arrivo in ufficio e l’umore non è dei migliori; le cose che accadono, che vedo intorno a me contribuiscono ad aumentare la percentuale di grigio della giornata e ancora non ho tenuto conto delle rogne che mi attendono al lavoro. La caratteristica saliente di certe rogne è la pazienza; stanno li tranquille, attendono senza mai agitarsi o farsi vedere più di tanto, pazienti e rapaci aspettano il momento di debolezza per attaccarti alla giugulare. Mi sembra che e tutto stia per ricominciare daccapo; un inizio sempre uguale, gli esiti sempre incerti.

E vabbene, andiamo avanti, tanto lo so che una squadriglia di farfalle sta battendo le ali in qualche posto lontano e sperduto, ma stanno pensando proprio a me. E vaffanculo  Kieslowski e il suo Destino.

Insomma, questo Maipercomando…

Maipercomando.

Così, scritto tutto attaccato. Stava a dire: “solo per voglia o necessità”. Nessun obbligo o scadenze per scrivere, figuratevi per leggerlo.
All’inizio era il cestino dove gettare il mio surplus di pensieri appallottolati, quelli speciali che non vuoi rovesciare addosso agli altri chiacchierandoci.
All’inizio è stato così. Difficile, ma con un fascino; complicato, ma intrigante. Alcune volte l’ingrediente principale era il dolore. All’inizio.

A volte la disperazione.

Ma dentro c’ero sempre io; me stesso e la mia vita lì dentro.
Autoaiuto delle parole.

Vorrei saperci fare con le parole, davvero. Ma mi accontento del mio cestino; ogni tanto qualcuno ci rovista dentro e porta via qualcosa – spero di utile – un particolare recupero e riciclo di pensieri e sensazioni. Più spesso sono io ad infilare le mani nel secchio per ravanare un pensiero gettato per sbaglio, un concetto che vorrei rivedere. Più spesso un dolore che non smetto di rivivere
Momenti bui, dicevo. Momenti messi giù d’istinto e con inchiostro scuro. Momenti fermati come pietre d’inciampo per il mio dolore, a volte semplicemente una valvola di sovrappressione per scaricare l’eccesso di peso sull’animo.
Ho usato spesso l’inchiostro nero per scrivere queste righe;  a volte sono riuscito a trasformarlo in una pennellata arcobaleno di vita e gioia.
Maipercomando trascurato, riletto, odiato e amato. Utile.
Usato per asciugare lacrime che non sapevano scendere. Strumento utile per parlare di te stesso a te stesso.

Ed ora, da ultimo, elemento robusto al quale appoggiarmi ma con un sorriso, o almeno una disposizione più serena.

Questo posto difficile, questo posto desiderato, questo posto – se io credessi – benedetto. (e Shakespeare mi perdoni, se può).

Già!

Sono due

Certamente, indiscutibilmente due.
Non ci voleva molto a vederlo. E si baciavano in un modo bello, di quelli che ti provocano il sospiro di un ricordo o una stretta allo stomaco di rimpianto.
Erano due e regalavano quel bacio e la loro gioia alla luce del tardo pomeriggio.

Era uno. Uno solo.
Camminava sulla stessa strada di Due guidato dalla sua fretta e da un fato che per oggi aveva esaurito le coincidenze favorevoli.

“Due”, ne parlo al singolare perché davano veramente il senso di un solo spirito, stava li, le braccia che cingevano, le labbra che si cercavano.
“Uno”, ne parlo al plurale perché dava veramente il senso di uno che senza un branco nemmeno respira, guardavano “Due” e non riuscivano a distogliere lo sguardo, affascinati e spaventati nello stesso battito di ciglia.
Per spezzare quella tensione è dovuta intervenire l’arma segreta delle persone piccole piccole, la sacra indignazione; occhi furenti, polmoni che spingevano aria sulle corde vocali e rabbia che affilava le parole: sono due lesbiche!
Lo hanno ripetuto 3 volte e ogni volta potevo vedere le parole pronunciate più grandi e con più esclamativi. Potevo continuare per la mia strada. Avrei potuto.

Nel golf quando si gioca vicino alla buca, si usa un ferro leggero, di precisione. Io ed Uno eravamo molto vicini, potevo regalarmi un tiro raffinato: “Sono due persone che si vogliono bene.”

Buca!
Un tiro che vale Due, ops, doppio.